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Urli e Risvegli

“La poesia di Carmine Donnola non è cosa da poco, non è roba da dilettanti, è il racconto di una vita. Lui ora fa il bidello nella scuola elementare del suo paesino sulle colline della Basilicata, ma in passato ha vissuto drammaticamente la storia dell’emigrazione al Nord del miracolo economico. Continua a scrivere poesie, che declama, anzi sussurra, anzi urla con grande impatto drammatico di fronte alle platee giovanili. Io gli do spesso spazio, uno spazio coerente ed esplosivo, nei miei concerti al Sud”.

(Da “Ninco Nanco deve morire”. Viaggio nella storia e nella musica del Sud di Eugenio Bennato).

Estratti da "Urli e Risvegli"
Testimonianze

1 novembre 2004 Era per strada, un po’ perso, a metà trovato, e guardava francamente storto.Ero sulle tracce di Carlo Levi, e invece mi sono trovato davanti lui. Accadeva durante il mio grande reportage sul Cristo sié fermato a Eboli  che, per strada, ho incontrato a Grassano, luogo di confino, un strano uomo. Cercava se stesso in frasi sibilline degne degli oracoli sul foro di Atene. Odiava essere chiamato poeta, ma scriveva poesie. Parlava in un modo imprevedibile del dramma del quotidiano, dell’acqua e del vino, della terra e del suo silenzio, dell’orrore del mediocre onnipresente intorno a lui. Le sue poesie apparivano come farfalle leggere, su un pezzo di carta stropicciata, rannicchiate in un angolodi giornale, consegnate al dorso della mano, per i più fortunati si li potevano leggere sulle bottiglie del vino di Zorro, il suo amico che aveva affidato alle sue etichette il compito di tramandare  le poesie altrimenti disperse. Guardava l’altro con il suo sguardo chiodo, e il suo sorriso di maschera greca. Nella grotta regina, sui Cinti, era una presenza di un altro mondo, o di un mondo antichissimo. Non sembrava avere età, o aveva l’età del mondo, nato ieri o 3000 anni fa. Sempre prima di Cristo. Era dove nessuno l’aspettava con il suo campanello, la testa coperta da un cappuccio a chiedere al passante di pentirsi, uno come lui poteva essere il Salvatore nel nome della rosa, o il becchino banditore del Cristo. Odiava essere chiamato poeta ma aveva una presenza cheaspirava l’energia e restituiva versi, ma solo dopo un canticchio di sarcasmi, una sassata di cinismo. Solo dopo arrivava la poesia, recitata in una imprecazione, urlata in faccia all’altro, alla miseria e alla sua amata disperazione. E il piccolo principe dei marciapiedi di Grassano, che vi chiederà “disegnami una piatto di pasta al forno”, con una ironia cosparsa di cenere, un po’ in lutto conil mondo di fuori. Poi vi porterà, giù, alla fontana a riempire una bottiglia, in un gesto sacro e ossessivo, per un’acqua fresca e limpida che lascia il corpo quieto e la mente sorpresa. Per la disperazione dei sui amici, Carmine Donnola è sempre fuggito davanti alla celebrità, al riconoscimento e agli onori; un fuggiasco incappucciato di rosso che semina poesia a pezzetti dietro di lui. Che ne sarà di lui una volta diventato famoso? Una volta riconosciuto il poeta banditore della Grassano sofferente, della Lucania irrequieta, della notte del Mezzogiorno. Che ne sarà delle sue poesie nate per essere sputate in faccia, schiaffate in testa, inchiodate nell’orecchio? E che ne sarà della sua dignità, lui che dice: la dignità non si può comprare, ma solo vendere. Si ricorderà di essere mortale, fatto di cenere e assetato dell’acqua della fontana di laggiù?

Antonio Pagnotta

Una storia triste, fatta di speranze tradite. Il lavoro vero, finalmente… che però non riscatta un bel niente se si trasforma in un mostro silenzioso, subdolo, capace di rubarti la vita. L’ha raccontata con rabbia e dolore Carmine Donnola questa storia. Non è il solo ad aver pianto con la fredda mano della morte sulla spalla, consolatoria solo se serve a interrompere un inutile sofferenza, magari quella di un fratello agonizzante. Dopo, quando hai saputo quel che in tanti nostri paesi viene appena sussurrato, quasi con timidezza, paura e rassegnazione, è difficile fare finta di niente. I veleni del progresso, dello sviluppo, della crescita – o comunque si voglia chiamare quella cosa che ci spaventa e ci blocca, ma della quale non possiamo fare a meno, tutti – quei veleni, dicevamo, sono in mezzo a noi. Vivono e lottano con noi. Dentro di noi. Per farci fuori? Lentamente? Forse. Il fatto è che certi giorni, anche col sole che picchia forte, il cammino sembra buio e il ritmo di ognuno è quello di passi obbligati: nasci, produci, consuma e muori. In mezzo a tutta questa vera violenza del quotidiano, ogni tanto – abbastanza raramente, per la verità – incontri gente come Carmine, che non si è arreso, che ti spara una risata in faccia e, senza dire neanche chissà cosa, ti smonta in un solo attimo, specialmente se mostri di avere troppe granitiche sicurezze, spagnoleschi pennacchi, paure mascherate sotto una pelle sintetica di leone. Quell’espressione l’avevo già vista. È antichissima. Era raffigurata su certi vasi dai colonizzatori che arrivavano dal mare e su gusci di noce approdavano pieni di fiducia da queste parti. Un viavai intenso dall’antica Grecia molte centinaia di anni prima della nascita di Cristo. E poi, ancora tra i libri di storia dell’arte, più recentemente, lo stesso volto è spuntato, come sempre irridente. Un suggerimento subliminale, mi avevano mostrato una foto che ritrae Carmine con un curioso copricapo, come quello dei giullari di antiche corti, un arguto Bertoldo che non ci mollerà. Non così facilmente. È così. Dopo averlo conosciuto, in realtà, anche senza vederlo da vicino, il suo ghigno beffardo, nemico dei dentisti, ha la forza di riaffiorare spontaneamente. Una forza della natura, è un virus, un momento che si scatena, presente nella sua assenza materiale, comunque pronto a ridimensionare le inutili impennate d’orgoglio o i deliri d’onnipotenza che troppo spesso annebbiano i nostri neuroni. Un buon balsamo per non perdere completamente di vista se stessi, ma anche gli altri, nel grande labirinto in cui precipitiamo, il più delle volte senza paracadute, per la semplice ragione di esistere. Grazie Carmine e continua a stare alla larga dai cavadenti.

 Pasquale Doria

Caro Carmine Donnola, Come dire con parole ciò che di parole è fatto, se non con quelle stesse parole di cui è costituito. In una poesia di Emily Dickinson si legge:

Spiegare la bellezza significa intaccarla / e definire il fascino, avvilirlo / c’è un mare senza sillabe / di cui essi son segno. / La mia mente s’affanna a ricercare / quella parola; invano, ma ogni volta / la rapisce un’estatica certezza / di ricchezze segrete- di intime miniere.

E’ senza dubbio una grande impresa scrivere sulla poesia, considerando il fatto che essa è di per sé una scelta, la scelta di quelle parole, uniche, e non altre. Non c’è un’altra parola per dire ciò che la parola poetica ha già detto. Il rischio sarebbe quello di incantare il disincanto o viceversa disincantare l’incanto o “avvilire il fascino”, “intaccare la bellezza”.  Emily Dickinson lo dice nell’unico perfetto modo, e già io sto esagerando a volerlo dire con parole diverse ,che necessariamente tacciono quando si legge: “ La mia mente s’affanna a ricercare “quella parola”. Esatto. “Quella parola”. Dice anche “invano” sì, ma sappiamo bene tutti che non è così. La stessa poetessa lo sa, visto che seppur invano la sua mente mai si stanca di essere ogni volta rapita da “un’estatica certezza di ricchezze segrete- di intime miniere”. Ecco, la poesia è un affanno. La ricerca di “ quella parola”, che, se toccata, sa edificare mondi e muovere macigni con un fiato, come a spostare con un respiro l’Himalaya. E la parola è un respiro. Non serve distinguere ciò che è poesia da ciò che non lo è, perchè la poesia si dice da sé.

Giuseppe Di Taranto